Linguine, canocchie e Romagna

Le canocchie mi fanno sempre pensare alla mia Rimini, al mercato coperto e ai pescherecci sul molo davanti al Bagno Zero.
In 10 anni trascorsi in Romagna, ammetto di non essermi mai abituata troppo al pesce dell’Adriatico; arrivo da isole nel bel mezzo del Mediterraneo e da questa parte dello stivale l’acqua – e di conseguenza il pesce – è più salata.

Le canocchie, che in questa parte di Sardegna chiamiamo cicale di mare, si vendono di solito vive e confesso che la cosa non mi abbia mai entusiasmato troppo.
Ad ogni modo sono buonissime e di certo, una specialità di molti ristoranti che in Riviera servono strozzapreti alle canocchie, accompagnati da un bicchiere di fresco Verdicchio.

Vi propongo una ricetta semplice, ma se anche voi siete della scuola del “il crostaceo si mangia con le mani“, vi consiglio di spuntare antenne e piccole punte di cui è ben dotato il carapace della canocchia.

Le dosi sono per 2 persone, perciò se l’equipaggio è più numeroso, voi moltiplicate:

8 canocchie
1 spicchio d’aglio
olio extra vergine d’oliva
pomodori pachino o ciliegini
peperoncino
prezzemolo fresco
vino bianco per sfumare
sale
200 g di linguine

Mettete a scaldare l’olio in padella, fate dorare l’aglio e aggiungete il peperoncino secondo i vostri gusti.
Versate le canocchie che avrete già pulito, fatele cuocere appena e sfumate con il vino bianco.
In ultimo aggiungete i pomodorini freschi tagliati a spicchi (per il verso lungo).
Intanto fate bollire le linguine e lasciatele indietro un minuto, ultimerete la cottura in padella con il condimento.
Aggiungete il prezzemolo fresco tritato prima di servire.

Cuore di miele, mandorle e arance


Bene, mettetevi comodi, una buona musica in sottofondo a far compagnia e che il lavoro abbia inizio.
Pochissimi ingredienti per un ripieno che stupisce: miele, mandorle, scorze d’arancia.
L’impasto? Solo acqua, farina 00, strutto e zucchero.

Sono i Coros o Coriccheddos nuoresi, conosciuti anche come i dolci della sposa.
Gioielli di rara bellezza che vengono preparati da centinaia di anni da mamme, zie, nonne, madrine in dono alla sposa. Immaginate il lavoro che sta dietro a od ognuno di questi biscotti e moltiplicatelo per cerimonie a cui partecipano anche 200 invitati.

La tradizione vuole che si regalino 9 Coriccheddos alla sposa (o di più nelle famiglie più ricche) e che vengano confezionati in ceste di asfodelo insieme a grano e fiori, come segno di buon auspicio e di un futuro rigoglioso e sereno.

Anche gli invitati che, da un matrimonio sardo non vanno mai via a mani vuote, ricevevano e ricevono ancora oggi, questi dolci come bomboniera.

Ciò che impreziosisce ancora di più il lavoro, è che per la loro realizzazione, sono necessarie delle rotelle taglia-pasta artigianali, s’arrodixedda, che li personalizzano e li rendono unici. Il resto è lasciato all’abilità e alla fantasia di chi li realizza.

 

Cucinare, esercizi per la mente

Il fatto che io sia qui a scrivere dopo l’ultimo post pubblicato il 23 maggio, la dice lunga sul poco tempo a disposizione che ci regala la stagione estiva.
Corri di qua, corri di la e perdi pezzi in un attimo!
Va be’ c’è un detto sardo che proverò a tradurre e che dice “chi torna a casa non è mai perduto” e allora eccomi qua!

Quasi agli sgoccioli di una stagione impegnativa per mille aspetti, pensavo che la cucina, come la vita, è un laboratorio per provare e sperimentare.
Ci vuole forza fisica, pazienza, determinazione, voglia di rimettersi in gioco, di sbagliare e ritentare quando qualcosa va storto.
Prendi gli ingredienti, scegli un recipiente, mescoli, versi, decori, guarnisci, condisci e correggi di sale e aromi, metti in forno e aspetti. Attendi incrociando le dita e sperando che tutto vada bene.
Qualche volta non è così, qualche volta la temperatura non è quella giusta, il contenitore è troppo piccolo, il fuoco troppo alto. Sei costretto a fermarti, riflettere, capire e riprovare.

Altre volte, la soddisfazione più grande è sparecchiare piatti vuoti, vedere volti distesi e felici per aver mangiato e condiviso qualcosa che li ha davvero soddisfatti, gli ha portato alla mente un ricordo, li ha addirittura commossi. La soddisfazione sta nel vedere che ciò che hai creato (forse in ore di lavoro), è così buono che sparisce in pochi minuti.

Ci vuole pazienza, cuore e tempo… come nella vita!

….

Intanto la ricetta di questa Cake di fiocchi avena e gocce di cioccolato:

180 g di zucchero di canna
150 g di burro
4 uova intere
100 g di fiocchi di avena
150 g di farina di farro o farina 00
1/2 bustina di lievito per dolci
un pizzico di cannella
gocce di cioccolato fondente

Lavorare insieme burro e zucchero fino ad ottenere una crema (aiutatevi con un frusta elettrica).
Aggiungere le uova uno alla volta e continuare a lavorare.
Incorporare farina setacciata, fiocchi di avena e lievito.
In ultimo cannella e gocce di cioccolato.
Infornare a 180° in forno statico per 45 minuti.
Utilizzare una teglia da plumcake che abbia una lunghezza di circa 25-28 centimetri.