Torta di kaki e di ricordi

Confesso che ho un rapporto del tutto particolare con questo frutto. Parlo del kaki o cachi dir si voglia!
Non so bene cosa sia successo, forse semplicemente da piccola ne devo aver mangiati talmente tanti che ora non è un frutto che amo particolarmente.
Eppure la torta di kaki mi piace molto, ha un aroma di Oriente e l’ho eletta il mio comfort food, il cibo dei ricordi.
Sì, perché se anche non ho una memoria ben precisa sull’argomento, i kaki mi ricordano mio nonno, esattamente come le ceste di ciliegie che mi portava dal paese quando con la nonna venivano a trovarci sull’isola (quella piccola), perché loro vivevano nell’isola grande (la Sardegna).

La ricetta della mia torta di kaki:

200 gr di farina 00
2 uova
3 kaki medi maturi
1 bustina di lievito per dolci biologico
130 gr di zucchero di canna
1 pizzico di cannella
1 cucchiaio di cacao amaro in polvere
100 ml di olio di arachidi
scorza di 1 un limone bio

Come procedere
Separiamo i tuorli dagli albumi e uniamo i tuorli allo zucchero. Lavoriamo con una frusta, fino a ottenere una consistenza spumosa.
Aggiungiamo la polpa dei cachi che avremo prima spelato e sminuzzato.
Ora è il momento di farina, cacao amaro, lievito e cannella. Tutti ingredienti da aggiungere un po’ per volta e facendosi aiutare da un setaccio.
Infine scorza di limone, olio di arachidi e albumi che avremo precedentemente montato a neve e che ora dobbiamo incorporare con movimenti dal basso verso l’alto.
Non resta che infarinare e imburrare una teglia da 22 cm (io ho usato una teglia di silicone a forma di cuore) e via in forno statico per 45/50 minuti a 180°.

Una volta terminata la cottura – e consiglio di fare sempre la prova dello stecchino (se infilate ed estraete pulito, la torta è cotta!) – fate raffreddare e servite con abbondante spolverata di zucchero a velo.
Con questa ricetta dovreste ottenere un dolce simile al brownies, quindi basso, umido e ben compatto, più indicato come dessert da dopo cena o per il tea del pomeriggio.

Volendo arricchire l’impasto, si possono aggiungere gocce di cioccolato fondente o uva passa.

La coloratissima Milano

“Milano con i suoi sarti e i suoi industriali…” lo cantava De Gregori nella sua Viaggi e Miraggi e come dargli torto?!

A passeggiare per le vie di questa città non si fa altro che vedere sartorie artigianali, show room, negozi di alta moda.
Dalla vetrina che da’ sulla strada, si vede una pila altissima di tessuti e un cartello accanto che dice: Realizziamo camice su misura.
Credo sia questa una delle cose che ci deve rendere orgogliosi del Made in Italy!

La verità è che questo mio viaggio ormai dura da qualche anno e mi rende ancora più nomade di quanto non lo sia già normalmente.
Quando mi chiedono come mi trovo qui, rispondo sempre che fare la milanese part time non è poi così male. Questa è una città che offre mille opportunità – a chi ha voglia di fare – è un caos ordinato; è silenzio e confusione allo stesso tempo.
Il silenzio di Milano lo trovi nelle centinaia di persone che incontri in una sola giornata, sono assorte nei loro pensieri, hanno le cuffie alle orecchie, la testa china sullo smartphone.
Il rumore invece, sta nello stridere dei tram, nei clacson delle auto, nelle sirene della polizia o dell’ambulanza ahimè, nelle milioni di voci che si accavallano una sull’altra, nei motori dei centinaia di mezzi che la attraversano.

Credo fermamente che vivere bene o male in un posto, dipenda sempre da come si decida di vivere quel posto.
Io mi divido tra un luogo meraviglioso come la Sardegna, che sa regalare paesaggi mozzafiato, profumi indelebili e sa donare spazio sufficiente a ognuno; e una metropoli che offre opportunità (per tutte le tasche!), che è una fucina di idee e una scatola piena di stimoli.
Insomma, passo da un eccesso all’altro!

E mentre da una parte si è soliti salutare qualcuno per strada, perché un po’ ci si conosce tutti, dall’altra decidere di non usare Google Maps e chiedere aiuto a un passante, può essere una buona scusa per scambiare due chiacchiere o semplicemente un sorriso.

Per quanto riguarda la cucina.. be’ qui c’è un po’ l’imbarazzo della scelta. Si trova qualsiasi ingrediente si cerchi, si assaggia qualsiasi cucina regionale, nazionale o internazionale si voglia provare.
Si sperimenta, si testa, si valuta, si riflette, si impara e si condividono punti di vista.

Insomma credo che Milano sia una città meno grigia dell’immaginario comune e molto più colorata di quanto si creda.
Una città che non ti concede di stare troppo fermo, altrimenti rischi di subirla e basta, ma hai sempre la possibilità di viverla con il tuo ritmo.

Cammino di Santiago de Compostela

Raccontare tutto in poche righe sarebbe più che riduttivo, ma qualche foto forse può aiutare!

10 giorni di viaggio
6 giorni di cammino
250 km in bicicletta
8 hotel
9 tappe
3 voli internazionali
3 compagnie
1 treno

A questo si aggiungono volti, sorrisi, saluti, incoraggiamenti, fango, pietre, massi levigati, mare, salsedine, profumo di eucalipto, boschi, foglie coloratissime, muri a secco, ponti romani, passaggi medioevali, strade strette, sampietrini, caprette, galli, cani, cavalli, pellegrini a piedi, silenzio.

Ti colpisce il paesaggio aspro e le ripide salite o discese che ti costringono a spingere una bici che con bisacce e zaino in spalla, pesa quasi quanto me; ti colpisce la bellezza del Portogallo e la gentilezza della gente che sorride.
Gli anziani che ti indicano la strada e la vecchina che ti mette una mano sul braccio quando ti fermi a un semaforo di Santiago e ti dice “Bienvenidos y que los apóstoles te protejan”; ti colpisce il bambino di forse 5 anni che, a Porto, si incuriosisce per la tua bicicletta carica e ti racconta della sua, in portoghese, dettagli compresi.

Ti colpisce il silenzio che si crea quando sei concentrato sulla strada, cerchi di non scivolare con la bici (cosa successa almeno 2 volte), cerchi di stare attento ai tuoi pensieri.
Le mani sono sul manubrio, il tuo smartphone lo prendi raramente, solo per qualche foto.
Il resto può attendere.

Il confine lo passi con un ponte e… benvenuti nella cattolicissima Spagna, benvenuti in Galizia!
Le croci lungo la strada aumentano, il percorso si fa sempre più ricco di chiese, santuari, cimiteri, basiliche, cattedrali che se puoi passare dritto, no! Le indicazioni (le famose frecce gialle) ti ci fanno girare attorno.
Sali verso Nord e comincia il freddo, metti le calze di lana, inizia la pioggia fitta e il vento che nebulizza le onde dell’Oceano.

C’è mare e oceano anche nel cibo: polpo a feira, sardine portoghesi, calamari, gamberi all’aglio, tapas, vino tinto e cerveza. Ai percebes mi son fermata, proprio non ce la faccio.

Arrivi a Santiago de Compostela e quasi perdi le indicazioni, non vedi più frecce, ma raggiungere la Cattedrale non è poi così complicato.
La strada si stringe, la gente aumenta, i negozietti di souvenir anche. Scendi dalla bici perché non puoi più pedalare e improvvisamente arrivi nella piazza. STOP

Ti fermi, hai ancora il fiatone per l’ultima salita e ora sì che ci vorrebbe una telecamera.
C’è chi salta di gioia, chi si abbraccia, chi piange, chi ride, chi balla, chi si siede e resta immobile in silenzio a contemplare una Chiesa di una bellezza disarmante, con guglie alte da fare solletico al cielo.
Ci sei anche tu, ce l’hai fatta!